333coconutz

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Midorai sor’al miur tetekro

2021 / Silkscreen prints, wood, brushwood, ceramic / Variable measure

(Following the artist’s original vision, for the time being the texts are only available in italian)

Dalle quattro estremità del bosco giunsero araldi informi pronti a divorare ciò che reclamano come propria terra, ciascuno trovò la propria nascita dentro al bosco e dentro al bosco finiranno col perire. Dinanzi le loro immagini sbiadite possono specchiarsi perché nessun’altra immagine potrebbe porsi a paragona di un’icona perfetta e immacolata, spoglia di colori e dettagli oltremodo tridimensionali, muti nel loro agire cannibale. Essi sono fatti di bosco e bosco divorano, ammassi di energie impazzite prive di scopo, reduci delle coscienze dei mammiferi che un tempo abitavano questi stessi spazi, e nelle menti di questi trovarono ogni sorta di desiderio inespresso e vollero esaudirli ad ogni costo, pazzi di dolore per le vette mai raggiunte delle milioni di anime.

Aspzel stantio tripede che sulla vetta albergava, in lui la perdita si faceva carne e cheratina, ossa al posto degli occhi, troppe lacrime si calcificarono nelle sue orbite. Nel consolare la propria mancanza costruì un figlio derubando le altre creature con le sue lunghe appendici, tenuto sempre fra queste finì con l’essere stritolato. Il dolore che conseguì da ciò lo rese così folle da rifuggire alle antiche magie che a lungo aveva tenuto lontano da sé, perché queste gli ricordavano gli spiriti che lo compongono e i desideri delle loro passate vite. L’araldo intreccio una corona di rampicanti, simbolo dei parassiti che succhiano energia per colmare il proprio vuoto.

Mezkatel coro di urobori voce dello stagno, progenie del destino che si ripete infrangendosi sugli stessi errori, le sue forme giocavano le une con le altre in un complesso sistema d’intrecci che null’altro genera se non ridondanze. Erto dalle più vecchie leggende stagne dei propri significati, immanente nella sua dimensione e predizione del futuro, condannato a rivivere il sentiero delle molte vite sue balie sino alla completa evanescenza nauseabonda. Oramai stufo della sua condizione prese ad armeggiare con le fonti magiche che trovava scritte nella sua anima, ma egli, non conoscendo altro che sé stesso costruì l’ennesimo cerchio magico con cui cinse i parassitici rampicanti di Aspzel.

Ichtakrofzel maglio della mente, carnefice e carceriere del proprio essere, rimosse la propria pelle esponendo la sclera degli occhi e i muscoli vivi così da poter percepire ogni cosa, non lasciandosi sfuggire alito di vento alcuno. La sua vigilanza si trasformò in paranoia ed ogni oggetto le parve di poter esser messo in discussione, sezionato e razionalizzato fino alla sua disintegrazione. Oramai assuefatta al dolore cercò di infliggerne a chi poteva, ma tanto sforzo non le portò soddisfazione bensì ulteriore frustrazione con cui scandire la propria esistenza maledetta. In lei gli spiriti del dogma guidavano le sue spire colleriche, sussurravano alle sue orecchie e si manifestavano con forme molteplici, tante più di quante Ichtakrofzel potesse concepirne. Nei suoi ultimi attimi la follia guidò la lama che tritò le sue carni riducendoli in poco più che putridi filamenti giallastri, ottimi solo come fieno per la stalla.

Lourkferentel padrone della morte, adorno di masse organiche private della loro essenza guida le faune batteriche, i vermi più voraci, le larve più spietate a lussureggianti banchetti. Là nel sottobosco si vive una continua festa poiché tutto marcisce e cade dentro di esso, una voragine si apre al passaggio del necro-signore ed ogni anima si rimesta dal proprio sonno per tornare ai loro ormai decaduti corpi. Viva Lourkferentel che ascoltò i mancati desideri degli altri araldi! Egli cercò in lungo e in largo la più docile e pura delle creature del bosco, Madre Midorai che come una stella brucia energia per produrre incantevole luce, ella assorbe la corruzione delle molte vite e la trasforma in progenie miracolosa. Il signore dal volto di teschio derubò la misericordiosa madre per porla al centro del cerchio magico di Mezkatel, sopra i resti paglierini di Ichtakrofzel, cinti dalla parassitica corona di Aspzel, lì ella vedendo già arrivare la propria fine provò a generare un nuovo figlio che potesse ereditare il suo soffio vitale. Mentre questo veniva al mondo il necro-signore raccolse le marcescenze dalle anime degli araldi, concedendo loro un’apparente quiete ma condannando il nascituro a rivivere ogni maledizione e sofferenza delle molte vite che deturparono il bosco nelle epoche passate. Il cucciolo di Madre Midorai condivise quindi la stessa sorte di lei, esanimi, insieme giacettero fra le paglie sino a pietrificarsi poiché la loro carne non può subire corruzione alcuna, ma può solo tornare al bosco che li sospinse a venire alla luce.

La memoria di coloro che vennero a vivere nel bosco nelle epoche successive è ancora vivida, ogni lustro si ripercorre il rituale nella speranza di invertirne i catastrofici effetti, fallendo ogni volta. In fin dei conti quegli stessi desideri inespressi che fagocitarono la fine dei loro predecessori si ripresentarono con nuove forme. Ognuno nasce cavo e cerca di riempirsi tutta la vita, talvolta ci si accontenta ma nessuno sfugge al desiderio, che sia questa la natura stessa dell’esistenza?