Collettivo Hardchitepture

Collettivo Hardchitepture

THROCCUH L’OCCHIO CHE GUARDA IL CIELO

2021 / Flour, wood, water, betroot jelly, food coloring / 1,4 x 2,5 x 2,5 m

(Following the artist’s original vision, for the time being the texts are only available in italian)

Stavamo per lasciare questa terra per sempre. Molti di noi sono inutilmente scomparsi, deceduti o fuggiti. Le tracce non portavano da nessuna parte e più cercavamo di comprendere più le nostre menti vacillavano, come torrenti dopo una pioggia, cariche di così tanti pensieri da annegarci dentro. Ognuno possedeva una tempesta interiore, parlava poco, mangiava da solo. Ci riunivamo solo per discutere di cosa fare dei manufatti che trovavamo, solo di quelli innocui. Come sentivamo emanare follia da un artefatto lo lasciavamo immediatamente, informando il resto della squadra della sua posizione così che nessun altro potesse imbattercisi. Ci mancavano pochi giorni prima che la nostra spedizione potesse tornare alla base e lasciare queste rovine umane, ma un evento cambiò radicalmente i nostri piani, un ritrovamento mai visto prima, là sulla cima della collina, su di uno sperone roccioso fino ad ora ignorato, un lampo terribile, urla lancinanti. Il compagno 6 era scomparso, abbiamo pensato inizialmente ad una delle numerose fughe segnate dalla crescente follia, ci sbagliavamo, eccome se ci sbagliavamo. Non eravamo pronti a vedere con i nostri occhi.
Andammo noi restanti cinque marciando in silenzio fino alla cima. Un odore acre di bruciato, qualcosa di dolce, l’odore dell’erba secca, ci facevano trottare la fantasia immaginando cosa ci saremmo trovati davanti. Solo un mucchietto di cenere pensavo io, nient’altro un fulmine l’ha preso in pieno ecco cos’è successo niente di cui avere paura solo un fulmine solo un fulmine niente di cui avere paura. Negli occhi dei miei compagni si percepiva una forte tensione. Noi tutti abbiamo assorbito la storia di questo luogo, forse anche gli spiriti di coloro che dimoravano qua, insaziabili, desiderosi di possedere tutto, distruggere oppure aiutare a ogni costo, nessuna mezza misura era valida per gli esseri umani, essi crearono artefatti a noi incomprensibili che via via che si avvicinano al nostro tempo diventano sempre più grezzi, organici, partoriti da menti instabili.
Quando stavamo per arrivare in loco abbiamo notato che non vi era nessuna traccia di fumo, nessuna bruciatura, niente fulmini quindi. La tensione cresceva stringendoci sempre più, l’ossigeno già mancava e ci squadravamo come per chiedere che l’altro passasse avanti. Il compagno 3 prese coraggio e andò per primo, noi stavamo dietro una roccia ad aspettare in religioso silenzio portando aria ai polmoni, ritmicamente, i nostri sguardi si rivolgevano solo all’immenso paesaggio.
Finalmente si sentì proferire parola, era un incitamento del nostro compagno a raggiungerlo, un attimo di sollievo ci colse capendo che era vivo, ma questo scomparve quando vedemmo l’oggetto con i nostri occhi. Un ampio cerchio carnoso, protuberanze ossee simili ad artigli si dipanavano da esso formando articolazioni spastiche, le sue carni sembravano come assemblate, ritagliate, inchiodate, strati su strati di pelli dai colori diversi riverse le une sulle altre. Dentro si trovava una strana poltiglia rossastra, opaca, priva di liquidi, come carne privata del suo sangue e tritata, e al centro un semi-globo azzurro. Nessuno di noi riusciva a capire, mai avevamo visto una cosa simile, ci eravamo imbattuti in altri artefatti organici, ma questi possedevano altri colori, sembravano svolgere altre mansioni. Il compagno 3 ammiccò un movimento verso l’oggetto nel tentativo di toccarlo, esitava un poco, come dargli torto nessuno di noi altri avrebbe avuto il coraggio di fare una cosa simile dopo tutto ciò che abbiamo passato. Le sue dita sfiorarono una delle protuberanze ossee e subito questa si mosse come di scatto ritraendosi, la poltiglia rossastra prese a tremare e il globo azzurro a illuminarsi. Ci sentivamo bloccati da quella visione ipnotica, sentivamo una grande stanchezza agli arti e una voglia insaziabile di riposo. Voglia insaziabile, questo non è da noi, noi non desideriamo niente perché queste voglie ci si annidano dentro ci squarciano la volontà ci fanno sentire incompleti ma quel globo…quel globo dovevo averlo. Notavo i miei compagni protendersi verso di esso, tutti volevano toccarlo, possederlo per sé, non dovevo farglielo prendere doveva essere mio mio mio e di nessun altro nessuno lo doveva toccare sfiorare o soltanto sperare di possederlo perché quel globo era mio. Le ossa dell’oggetto si aprivano e chiudevano ritmicamente, invitandoci ad entrare, ma prima che potessi entrare dentro la sua forma venni strattonato all’indietro, il compagno 3 mi stava portando via con la forza. Urlavo e mi dimenavo, dovevo avere quel globo, sembrava che mi stessero strappando la vita dal corpo, provai il dolore più forte che un essere vivente possa provare, scariche elettriche che si dimenavano in tutto il corpo, sangue che pian piano riempiva i miei occhi impedendomi di vedere.
Gli ultimi istanti che riuscii a catturare furono i più spaventosi che potessi mai vedere. I miei quattro compagni, entrati nel cerchio, vennero smembrati furiosamente da quelle stesse ossa che prima ci invitavano ad entrare. I loro corpi si scomposero ad una velocità disarmante nel mentre una luce abbagliante riempì la cima del colle, un boato si dipanava ovunque. Sembrava di poter toccare quel suono con gli occhi.
Ciò che accadde dopo l’ho saputo dal compagno 3, io svenni per il dolore. Ci rifugiammo nella piccola fortezza umana che si trovava nelle vicinanze, uno dei pochi luoghi costruiti da quella specie che non trasudava la stessa aura di terrore. Là ci riposammo a lungo senza parlarci o discutere di ciò che era avvenuto. Appena riprese le forze decidemmo di andarcene per sempre, nulla più aveva quel luogo da offrire se non morte, o semplicemente eravamo noi gli invasori di un eco-sistema talmente differente dal nostro da spaventarci.
Non abbiamo mai scoperto se quello fosse un oggetto o una creatura, ma come tutte le altre cose in cui ci siamo imbattuti sembrava sola, desiderosa di attrarre a sé altre vite per cancellare quella solitudine, finendo però col fare del male.
La testimonianza del compagno 1 spinse un’altra squadra di ricerca molto tempo dopo a compiere un altro sopralluogo per studiare quella creatura circolare. Al momento della loro visita questa sembrava immobile, calcificata, quella che era descritta come poltiglia rossa era diventata poco più che resti nerastri, l’affascinante globo azzurro che tanto aveva spinto alla morte la vecchia squadra si era afflosciato e scolorito. È stato deciso all’unanime di lasciar perdere quella creatura per paura di poterla riattivare.
Nessun altro sopralluogo è stato compiuto da allora.

(text curated by/testo a cura di Duccio Pisoni)