Johanna Invrea

Johanna Invrea

THE ARMOR

2021

(ENG Translation)

“Il sentiero è l’unico occhio possibile per questa esploratrice pazza, uscita dal corpo e rientrata nel corpo ulteriore, dilatato e gigantesco. La bocca feroce, il cervello onirico, il cuore salvo, tutti gli organi e le simulazioni di aperture della pelle concorrono alla sua lucentezza. Il cammino è internamente velocissimo, ma la realtà tradisce la sua estasi cosmica, l’armatura pesantissima viene portata con furore.” Da quando il rituale è stato compiuto non siamo in molti ad essere sopravvissuti. La tenebra ci avvolse con immense braccia, non avevamo via di scampo. Io e le mie sorelle, strette in un caldissimo abbraccio, aspettavamo inermi il nulla che divora.

Ci eravamo preparate per questo momento da molto tempo. Abbiamo osservato gli Araldi, ogni loro mossa, il folle declino delle loro menti, destinate a ripetere gli stessi errori dei loro antenati mammiferi. Quanto tempo ci vorrà prima che si rivoltino contro ciò che diede loro la vita, ci chiedevamo. Nostra madre nella sua natura ingenua, primordiale, raccolse le cellule e gli embrioni degli estinti mammiferi per farne nuovi esseri, tale è il suo istinto, generare senza ricevere, assorbire il male che affligge l’aria e trarne nutrimento. Tempo addietro, poco dopo che i cieli avevano smesso di eruttare fiamme, trovammo rifugio nella sua tana. Era così piccola, distante da ogni pensiero, cieca ai bisogni del mondo, eppure interconnessa ad ogni forma di vita che riuscivamo a vedere. Si avvicinò ad una di noi e la percepì attraverso la sua testa dalle molte appendici, vedemmo nostra sorella crescere di fronte ai nostri occhi – esplodere – farsi polvere – risalire in aria, dei materiali splendenti si crearono staccandosi dalle stesse scaglie della madre e formare una corazza dai colori del ferro e dell’arcobaleno, la sua forma emanava tutte le vite che albergano nel bosco. Le polveri di nostra sorella si insinuarono dentro la corazza riempendola d’un tratto di carne rosea, come un cucciolo appena nato. La vedemmo piantarsi a terra con un gigantesco boato e di colpo la foresta si chetò, nessun essere osava emettere alcun suono.

Quel boato ricordò ancora una volta al bosco le ferite dei tempi che furono, quando la brace scendeva al posto della pioggia e l’aria che tutti respiravano era così nera da tingere l’anima di chi la respirava. Non sembrava più la sorella che tutte noi avevamo conosciuto, non solo la sua forma ma anche la sua indole sembrava irrimediabilmente mutata, e ciò ci terrorizzava più dei grandi boati, più dei cieli infernali. Noi, che da quando venimmo al mondo eravamo un tutt’uno, ora avevamo perso un pezzo, ciò ci fece vivere la più immensa tristezza che una creatura possa vivere, il vuoto, l’incompiutezza, il desiderio che mangia e distrugge.

La vedemmo allontanarsi con passo lento e pesante, quella corazza sembrava gravare come un macigno sul suo roseo corpo, ci preoccupammo di non rivederla mai più. La madre nel frattempo tornò dentro la sua tana, continuando a cospargere di erbe, fiori e piccole creature le mura di quella cavità. Non capimmo la natura del suo gesto, ma col tempo quel buco sulla parete rocciosa divenne anche la nostra tana, e tutte le vite che vi si recarono divennero parte di noi, alterando i nostri corpi, rendendoli un tutt’uno di carne e vegetazione, cheratina e ossa.

Dalla tana osservavamo ciò che gli Araldi compivano al di sotto di noi, preoccupate ogni giorno di più che i destini che li crearono si potessero ripetere, condannando nuovamente questo luogo a una tabula rasa. Venne il giorno in cui un Araldo a noi sconosciuto venne nella nostra tana, ossa e decadenza adornavano il suo immenso corpo, le sue lunghe mani adunche si avventarono sulla madre e prima ancora che potessimo agire entrambi sparirono nel buio, lasciandoci sole. Quando le tenebre stavano per inghiottirci, lei, nella sua splendente armatura ci parve dinnanzi emanando scarlatte forze luminose. I suoi pesanti passi crearono esplosioni di luce tali da trafiggere l’oscurità, facendola allontanare dai nostri corpi troppo deboli per sostenere quell’avido buio che tutto consuma.

Così come apparve ella scomparì. Eravamo nuovamente sole, ma vive. Intorno a noi il paesaggio mutò radicalmente creando ampi spazi di natura corrotta, solo là dove i passi di lei erano giunti si formò un sentiero sicuro per fuggire via da quella terra. Abbandonammo la nostra casa, sicure che non ci avremmo rimesso mai più piede.

(text curated by/testo a cura di Duccio Pisoni)