Olia Svetlanova

Olia Svetlanova

STIGMA

2021 / Video 1’14”

(Following the artist’s original vision, for the time being the texts are only available in italian)

Partii senza lasciar tracce, coprendo le mie orme, non voltandomi mai.

Non mi sono mai voluto unire a nessuna squadra di ricerca, è un gioco che non mi appartiene. Ci dicono che non c’è abbastanza spazio per gli ibridi nei tumuli-casa, siamo costretti a vivere fuori, in mezzo alle intemperie e quella cazzo di aria irrespirabile. Ci dicono anche che comunque vada noi sappiamo sopportare, che nessun livello di tossicità può ucciderci. Menzogne, sono solo menzogne. I nostri corpi sono resistenti sì, ma porosi. Assorbiamo l’esterno in maniera da fonderci con esso, creando così continue alterazioni che riconformano i nostri corpi, li rendono duttili al male di questo mondo. La nostra unica via d’uscita è solitamente quella di unirci alle squadre che vanno a visitare i luoghi abbandonati, quei dannati nexus di energia mutagena corrotti da tempo immemore. Ovviamente siamo noi i prediletti per studiare quei posti, “tanto niente può scalfire la vostra corazza, giusto?”. Non siamo nient’altro che cavie da mandare a morire, concime per la terra. Non mi sono dimostrato tanto diverso dagli altri nel procedere all’esplorazione in solitaria, solo più stupido, più testardo, e doppiamente stupido per aver scelto l’unico luogo che viene evitato da qualsiasi squadra da almeno 10 lustri: la Rocca degli Araldi. Quel posto mette i brividi solo a menzionarlo. Così tanti di noi sono spariti o usciti folli dalla loro permanenza là, ma qualcosa sembra volerci attirare con ogni forza, come se la nostra specie vi fosse connessa in qualche modo. Volevo scoprire l’origine di questa attrazione mortale a ogni costo, se tanto la mia esistenza dev’essere condannata, allora volevo almeno determinare le condizioni della mia fine.

La maggior parte dei segni che indicavano la via per giungere alla Rocca furono rimossi dopo l’ultima spedizione: gli unici due sopravvissuti cercarono di cancellare ogni segnale visivo che potesse anche solo menzionarne la posizione, tanto era cresciuto dentro di loro il trauma lasciatogli da quel luogo. Dovetti usare gli unici segni lasciati dalla squadra che volle indagare dopo di loro, l’ultima ad averci messo piede. A quel tempo usava liberare di tanto in tanto uno sciame di Wyorze in modo che facessero il nido in quel punto, così i loro feromoni bioluminescenti segnavano il passaggio, lasciandolo visibile da grandi distanze. Col passare degli anni alcuni di questi nidi esistono ancora, ma qualcosa di diverso sembrava essersi impossessato di quelle docili creature. La loro luminescenza era fioca, violacea, i loro corpi sembravano come rigonfi e di tanto in tanto scoppiavano a mezz’aria, liberando una poltiglia nerastra. Si detonavano tutti nella stessa direzione, e più la seguivo più il paesaggio sembrava somigliare a quella poltiglia.

A un certo punto del tragitto, l’aria si fece così irrespirabile che dovetti forzarmi a mutare velocemente per non morire asfissiato, condannando il mio corpo all’ennesima deformità. Poco importava, non pensavo a nessun viaggio di ritorno. Di colpo mi trovai a destinazione. Non possedevo ricordi degli ultimi giorni di viaggio. È come se il luogo stesso non volesse far conoscere la propria posizione, ma al contempo trascinasse altri esseri viventi a sé per motivi oltre la nostra comprensione. Non ho mai pensato che vi fosse niente di intrinsecamente buono o cattivo nelle anomalie che studiamo, esse esistono per ragioni ignote, agendo fuori da qualsiasi logica che ci possa appartenere.

La Rocca mi parve molto diversa dai racconti che ho sentito. Alcune zone sembravano come oscurate artificialmente, ma bastava osservarle da un’altra posizione per capire cosa vi fosse dietro. Mai avevo visto fenomeni simili, neanche nelle zone più remote del pianeta. Quel luogo sembrava fuoriuscire da una dimensione di puro nonsenso: creature amorfe si muovevano dentro e fuori gli oggetti dimostrando capacità di camuffamento identiche alle oscurazioni, gli alberi si piegavano verso terra, le vecchie abitazioni umane, ormai diroccate, si dimenavano nell’aria come corpi schizoidi. Il mio passo non sembrava destare nessun tipo di turbamento al miasma caotico che mi ci circondava, così potetti contrarmi sul prendere appunti su tutto ciò che vedevo. Un pensiero apparve nella mia testa, pensai che le mie scoperte potessero farmi apparire positivamente di fronte agli altri del tumulo-casa. Per un attimo ho dato speranza a quegli egoisti. Sicuramente catalogherebbero i miei dati, ma nessuna ricompensa mi spetterebbe, avrei semplicemente svolto il mio lavoro come è giusto che sia. Un elemento trattenne la mia attenzione più degli altri, un albero bianchiccio, mozzato nelle sue estremità, mi sembrò la cosa più antica che avessi mai visto. Non possedeva più corteccia e il suo legno nudo generava forme fluide, in un punto si agglomeravano come nel formare una specie di volto. Provai a passare le mie estremità su di esso per toccarlo, volevo sentire la sensazione di quel legno sulla mia epidermide. Nel momento del contatto, un boato si generò dall’albero, come un’onda d’urto che mi sbalzò a terra. Proprio in quel momento vidi la realtà oscurarsi intorno a me, lasciando visibile solo lui, l’albero, e una piccola porzione di terra che lo cingeva. Il terreno sotto di me prese a pulsare e dilatarsi mentre un gorgoglio baritonale permeava l’aria, sembrava la voce di un dio sotterraneo o il canto di una caverna, e più parlava e cantava più la mia attenzione veniva catturata dall’albero. Non potevo muovermi, le mie membra erano congelate creando tutt’uno col suolo che mi sorreggeva. Le pulsazioni presero forma, come tentacoli si muovevano in direzione di quello spettro arboreo costruendo una nera e micelica armatura, mentre il legno si tinse dello stesso rosso di cui sanguinano i mammiferi, oramai divenuti i fantasmi che infestano questo spazio. Quando i tentacoli raggiunsero le estremità mozzate dell’albero si fermarono. Di colpo tutto sparì, niente si manifestava intorno a me, solo io e il nulla.

Rimango sospeso in questa dimensione da un tempo incalcolabile, mentre il mio corpo deperisce. Sono finito col dover divorare parti di me pur di sopravvivere. Non desidero vivere, ma qualcosa mi spinge a farlo, come se un’altra volontà guidasse la mia mente. Proverò a dormire, almeno potrò astrarmi e osservare le stelle dentro di me, ora che nel buio non splende più niente.”


I testi qua riportati provengono da un giornale comparso improvvisamente all’interno del dipartimento alimentare. Oltre alla dettagliata descrizione di un esploratore dissidente vi sono impresse anche delle immagini raffiguranti uno strano albero deforme. Molto probabilmente si tratta dello stesso di cui egli parla nei suoi scritti. Le ultime pagine sono state tagliate e portate al dipartimento anomalie dopo che almeno 5 studiosi sono morti in seguito alla loro lettura. Questi sono improvvisamente gonfiati fino ad esplodere, emettendo una strana sostanza nera che sembrava sgorgare sempre nella solita direzione. Le aree dove tali incidenti sono avvenuti sono attualmente messe in quarantena.

(text curated by/testo a cura di Duccio Pisoni)